La rivincita del padre in provetta
Volevo che tu fossi il primo a saperlo, avrò un bambino”, dice Jennifer Aniston-Kassie al suo migliore amico, Jason Bateman-Wally, seduti al tavolo di un bar nel film “The Switch”. “Sei incinta?”, “No, ma ci sto lavorando”. Poi lei si procurerà il donatore, organizzerà un “party per la gravidanza” con i coriandoli a forma di spermatozoo che si trasformerà in un baccanale trash e lui, ubriaco, combinerà un pasticcio con il contenitore di seme lasciato in bagno.
11 AGO 20

Volevo che tu fossi il primo a saperlo, avrò un bambino”, dice Jennifer Aniston-Kassie al suo migliore amico, Jason Bateman-Wally, seduti al tavolo di un bar nel film “The Switch”. “Sei incinta?”, “No, ma ci sto lavorando”. Poi lei si procurerà il donatore, organizzerà un “party per la gravidanza” con i coriandoli a forma di spermatozoo che si trasformerà in un baccanale trash e lui, ubriaco, combinerà un pasticcio con il contenitore di seme lasciato in bagno. Presentando sulla Nbc il film, in uscita in America a fine mese, la Aniston ha detto a Jay Leno che per avere un figlio preferirebbe i metodi naturali, anche perché non sa nemmeno bene come funzionino, quelle banche (“Ti danno una carta?”). Magari lei non cambierà idea, ma ultimamente nel cinema americano pare che la fecondazione assistita si porti moltissimo. E soprattutto il padre in provetta, soggetto non classificato che oscilla fra un generoso benefattore belloccio e un uomo con il diritto di conoscere la propria prole, se possibile in conflitto con chi fa il genitore al posto suo.
In “The Switch” (che fra i produttori ha gli stessi di “Juno”) il donatore è un biondone abbronzato che considera la madre una creatura dolcissima e cerca di insegnare come scalare una parete a suo figlio, impietrito dalla paura. Suo almeno in teoria, perché in realtà la sera del concepimento il miglior amico di lei ha scambiato il seme del biondo con il proprio. Causa sbornia se ne rende conto soltanto a sette anni di distanza, quando conosce un bambino che lo chiama “zio” e gli assomiglia in tutto, anche nelle nevrosi da ipocondriaco. “Ho dirottato la gravidanza di Kassie”, dice disperato quando tutto gli diventa chiaro, compreso il fatto che è innamorato di lei. A quel punto tutto diventa un “Lui è un errore, scegli me, in fondo il figlio è mio”.
C’è sempre un tavolo e sempre un migliore amico anche in “Piacere, sono un po’ incinta” (titolo originale “The Back-Up Plan”, il piano di riserva, quello messo in atto in una clinica da una donna che si ritrova più che trentenne senza aver incontrato l’Uomo giusto). Questa volta la protagonista, Jennifer Lopez-Zoe, dice “Non dobbiamo fare sesso, voglio solo il tuo sperma” e lui quasi si soffoca con la birra (la versione in inglese era più delicata, “Voglio solo che tu sia il papà del mio bimbo”). Qui il donatore ha soltanto un nome in codice su una provetta – “Credo che lei e il suo Crm014 farete splendidi bambini”, le dice il ginecologo appena prima che la Lopez esca dall’ambulatorio camminando a cosce strette – ma lei è così fortunata che ai due gemelli in arrivo farà da padre proprio l’Uomo giusto. Lui è Stan, addominali d’acciaio e animo gentile, si incontrano su un taxi in un giorno di pioggia. Lei scopre che la fecondazione artificiale è andata a buon fine mentre lui la aspetta in salotto per il loro primo appuntamento.
In “The Kids Are All Right” il donatore è il muscoloso Paul-Mark Ruffalo e a scovarlo sono i suoi due figli adolescenti, curiosi di scoprire che cosa significhi avere un padre. Fino a quel momento hanno vissuto con mamma Nic-Annette Bening e mamma Jules-Julianne Moore in una casa con giardino e una Volvo sul vialetto – e per questo, stando al New York Times, il film offre un ritratto della normalità. Non brillerà per delicatezza – “Vuoi venire a pranzo?”, chiede la figlia, “Oh sì, adoro le lesbiche”. “Ma perché hai donato il seme?”, chiede il figlio, “Perché pensavo fosse più divertente che donare il sangue” – ma Paul è pur sempre il padre e mette gran confusione nella vita della famigliola (riesce anche a sbaciucchiare una delle madri gay). E’ la biologia, bellezza. La verità, spiega sul Daily Beast Jessica Shattuck, autrice del libro “Perfect Life”, che ha una storia simile al film, è che Mark Ruffalo (e così qualsiasi padre in provetta che torna a farsi vivo) “è il cavallo di Troia i cui semi della discordia sono già entrati nella roccaforte e ora arriva l’invasione – o la seduzione – con la quale storicamente tutto sarebbe dovuto iniziare”.
In “The Switch” (che fra i produttori ha gli stessi di “Juno”) il donatore è un biondone abbronzato che considera la madre una creatura dolcissima e cerca di insegnare come scalare una parete a suo figlio, impietrito dalla paura. Suo almeno in teoria, perché in realtà la sera del concepimento il miglior amico di lei ha scambiato il seme del biondo con il proprio. Causa sbornia se ne rende conto soltanto a sette anni di distanza, quando conosce un bambino che lo chiama “zio” e gli assomiglia in tutto, anche nelle nevrosi da ipocondriaco. “Ho dirottato la gravidanza di Kassie”, dice disperato quando tutto gli diventa chiaro, compreso il fatto che è innamorato di lei. A quel punto tutto diventa un “Lui è un errore, scegli me, in fondo il figlio è mio”.
C’è sempre un tavolo e sempre un migliore amico anche in “Piacere, sono un po’ incinta” (titolo originale “The Back-Up Plan”, il piano di riserva, quello messo in atto in una clinica da una donna che si ritrova più che trentenne senza aver incontrato l’Uomo giusto). Questa volta la protagonista, Jennifer Lopez-Zoe, dice “Non dobbiamo fare sesso, voglio solo il tuo sperma” e lui quasi si soffoca con la birra (la versione in inglese era più delicata, “Voglio solo che tu sia il papà del mio bimbo”). Qui il donatore ha soltanto un nome in codice su una provetta – “Credo che lei e il suo Crm014 farete splendidi bambini”, le dice il ginecologo appena prima che la Lopez esca dall’ambulatorio camminando a cosce strette – ma lei è così fortunata che ai due gemelli in arrivo farà da padre proprio l’Uomo giusto. Lui è Stan, addominali d’acciaio e animo gentile, si incontrano su un taxi in un giorno di pioggia. Lei scopre che la fecondazione artificiale è andata a buon fine mentre lui la aspetta in salotto per il loro primo appuntamento.
In “The Kids Are All Right” il donatore è il muscoloso Paul-Mark Ruffalo e a scovarlo sono i suoi due figli adolescenti, curiosi di scoprire che cosa significhi avere un padre. Fino a quel momento hanno vissuto con mamma Nic-Annette Bening e mamma Jules-Julianne Moore in una casa con giardino e una Volvo sul vialetto – e per questo, stando al New York Times, il film offre un ritratto della normalità. Non brillerà per delicatezza – “Vuoi venire a pranzo?”, chiede la figlia, “Oh sì, adoro le lesbiche”. “Ma perché hai donato il seme?”, chiede il figlio, “Perché pensavo fosse più divertente che donare il sangue” – ma Paul è pur sempre il padre e mette gran confusione nella vita della famigliola (riesce anche a sbaciucchiare una delle madri gay). E’ la biologia, bellezza. La verità, spiega sul Daily Beast Jessica Shattuck, autrice del libro “Perfect Life”, che ha una storia simile al film, è che Mark Ruffalo (e così qualsiasi padre in provetta che torna a farsi vivo) “è il cavallo di Troia i cui semi della discordia sono già entrati nella roccaforte e ora arriva l’invasione – o la seduzione – con la quale storicamente tutto sarebbe dovuto iniziare”.